Stagione
2
Episodio
7

In questo episodio

Si può programmare l’assenza?

La storia del giorno in cui la vita è entrata nella nostra vita, e dei quattro anni che sono trascorsi da quel momento

Pubblicato il 11 Luglio 2022

Ti piacerebbe ascoltare consigli pratici e di valore da mettere in pratica subito per imparare a programmare la tua assenza? Sei nel posto sbagliato. Questa è la storia di un crollo lungo quattro anni, del silenzio come scelta inevitabile e presa di posizione, di uno smarrimento, di un giro lunghissimo per tornare alla fine al punto di partenza: che è un posto completamente diverso da quello da cui siamo partiti, e anche perfettamente identico.

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Tutti gli episodi

Stagione 2

  1. Il trailer della seconda stagione, finalmente
  2. Ci hanno chiuso Instagram
  3. Non so più dire di no
  4. Problemi con le autorità
  5. La patata bollente
  6. Dimenticarmi di me
  7. Io, di base, mi fido
  8. Si può programmare l'assenza?
  9. Questa è la fine

Commenti 10

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  • Enrica! Capisco tutto.
    Ho ricevuto la tua stessa terribile notizia e nonostante la brutalità della malattia non mi sarei mai aspettata di perdere mamma in soli tre mesi.
    Ho una mia piccola attività di artigianato tessile e, come te, non condivido i cazzi miei privati (nè belli nè brutti).
    Dopo aver ascoltato questa puntata sono andata a rivedere i contenuti che ho pubblicato in quel periodaccio e mi faccio i complimenti da sola.
    Non traspare nulla. E questo non vuol dire essere superficiali ma non perdere di vista il proprio lavoro – ché poi è stato anche la mia scialuppa e distrazione.
    Faccio tutto da sola e non posso delegare a nessuno il mio progetto.
    Piuttosto catturavo il bello, come un paesaggio ritrovato dalla finestra di casa di mia nonna dove mia madre ha trascorso le sue ultime settimane di vita.
    Si può fare! Si può affrontare l’inferno e non bruciarsi tutto il lavoro e i piccoli traguardi raggiunti sino a quel momento.
    Voi avete trovato un nuovo modo di esistere come realtà lavorativa.
    Io, grazie a voi e a questa puntata, ho consapevolizzato di aver preso per mano la mia attività e, seppur rallentando e con il cuore a pezzi, ho rafforzato la mia determinazione e convinzione di essere una piccola sì, sfigata no :)

    p.s. l’altra mano è stata fino all’ultimo intrecciata a quella di mia madre

  • Cara Enrica, caro Ivan

    Non è tanto tempo che vi seguo, ma mi sono affezionata velocemente a Guido.

    Da giovane freelance con la partita IVA aperta da un anno, mi son resa conto ascoltando i vostri podcast che non mi servono soltanto nozioni di marketing e skills da sviluppare per fare bene il mio lavoro, ma ho anche bisogno di imparare cosa vuol dire davvero essere liberi professionisti e che è normale non sentirsi sempre al top, non fare sempre sempre sempre le cose al top, fare qualche sbaglio e accettare tutto questo senza deprimermi, colpevolizzarmi e diventare matta.

    Tramite le vostre esperienze che avete raccontato fino ad ora ho capito che, in qualche modo, va tutto bene e che certe cose – belle e brutte – fanno semplicemente parte del percorso.

    Quindi grazie, avere un esempio da seguire rende la strada meno impervia e un po’ più dolce. Alla prossima!

  • Ho letto su una rivista il termine “vetrinology” neologismo con il quale un artista definiva la “messa in scena della merce”, il mettere in mostra per offrire l’esperienza visiva. Se sostituiamo gli oggetti alle persone accade lo stesso. Ad un certo punto esiste solo quello che va in scena. Il biondo platino, l’abito da presentare, la condivisione di circostanza etc etc a me sembra che una volta che ci sei dentro: non ti è concesso sparire! Se non vai in onda non esisti. Questa brutalità del mezzo mi soffoca. Grazie per averne parlato. Dietro il colore dei capelli o una frangetta quotidiana c’è la vita che scorre, per alcuni fuori dal palcoscenico, lacrime, malattie e dolori. Il bello è che ti senti pure strano se non ne parli, se non partecipi, se non informi. Ragazzi avete toccato un punto pesante ma umanissimo!! Grazie ❤️

  • Finora il mio episodio preferito. Questa cosa di quanto della vita privata si possa/ voglia raccontare sui social è un grande tema, come anche l’identificazione del brand con il proprio nome e la propria persona. A volte ho desiderato di avere un brand che non portasse il mio nome proprio per non sentirmi coinvolta personalmente in ogni cosa che faccio per lavoro – dai prezzi che sceglo alle parole che uso per comunicare. Quindi molto interessanfe sentire in che modo e perché voi avere fatto questo passaggio.
    P.s.: bella la musica finale!

  • Cari Enrica e Ivan, ho ascoltato questo episodio e ho come rivissuto gli ultimi anni della vita del mio compagno e mia. La malattia improvvisa che ha colpito la sua mamma lasciando notevoli strascichi e che ci ha sconvolto la vita. Lui dopo pochi mesi è stato licenziato dall’agenzia in cui lavorava (altroché comprensione) e ci siamo ritrovati entrambi senza lavoro e con tante responsabilità. Ma ce l’abbiamo fatta: lui ha cominciato il suo percorso come freelance e ora forse potremmo cominciare un nuovo progetto insieme (ed è per questo che sono qui 😉). Il vostro è stato un grande dono: condividere le proprie esperienze private soprattutto se dolorose è difficilissimo se sei fatto in un certo modo e ci fa sentire meno soli e meno colpevoli, quella volta, di esserci fermati. Grazie!!

  • So tutto e capisco tutto (e vorrei non sapere e non capire). La vita nella mia vita è entrata quando avevo poco più di vent’anni: non era mia madre, ma era come lo fosse. E poi la vita nella mia vita ci è rientrata ancora qualche anno fa. In entrambi i casi il lavoro è stato sbranato dal dolore e dai problemi (c’è stato un anno in cui non ho letteralmente emesso una fattura, nemmeno una), perché la malattia è un cannibale e dopo – qualsiasi sia il dopo – ci sono pure i resti con cui fare i conti. Ciò contro cui combatto ogni giorno è la paura di doverci rientrare in questo tunnel, anche se so che la paura della paura è stupida e porta via energie (ma tra il dire razionalmente e il fare, sempre un mare c’è di mezzo). Capisco anche quel senso di leggero disgusto nel vedere le altrui malattie sbattute, diciamo così, in prima pagina. Le altrui e le proprie. Tutta roba che non è per me è che a me fa lo stesso effetto del gesso che stride sulla lavagna o del batuffolo di cotone in bocca. Un abbraccio all’Enrica di allora e a quella di ora ( io eccessivamente riservata e tu torinese: chissà quale goffaggine nell’abbracciarci, ma non importa, perché qui è davvero il gesto che conta ;-). Un pensiero a tua madre 💐🌸.

  • Ciao Enrica, ciao Ivan, ciao tutti.
    Ho ascoltato la puntata ieri andando a trovare mio padre in ospedale. Vivo in un’altra regione, guidavo, ero da sola ed ho pensato di ascoltarvi in quel ritaglio silenzioso e pensieroso di tempo mentre attraversavo le montagne tra Marche e Umbria.
    Appena ho sentito di cosa trattava ho pensato “Ca**o, mi toccherà interrompere se piango.. altrimenti non vedo la strada!”
    Invece non ho pianto.
    Le parole di Enrica hanno toccato corde ancora più profonde, quelle che riguardano questa “vita nella vita” che poi come dice Ivan è l’idea della morte che diventa tangibile e quel che tocca lo rende più effimero ma forse ancora più prezioso.
    Come conciliare questa consapevolezza che inaspettatamente totalizza energie e pensieri (con uno strascico di disorientamento, dolore, fatica mentale) con il lavoro? Con qualche attento tentativo ognuno (ri)trova mano a mano il suo percorso, ma appunto: ci vuole tempo e ci vuole attenzione.
    Io ho una piccola attività di gioielli, partita iva aperta da poco, avevo iniziato a seguire la vostra piattaforma perché sentivo la necessità di essere indirizzata e seguire un percorso che avesse un approccio a me umanamente affine (e dico qui di averlo appunto trovato in voi).
    All’inizio – quando tutto, di nuovo, si è stravolto- ho cercato di tirare avanti l’attività come potevo senza coinvolgere chi mi segue. Ho fatto “finta di niente”, come diceva Ivan fino ad arrivare ad un punto di implosione perché il mio stesso fare finta mortificava ciò che io stessa stavo vivendo e non rispettava i tempi ed i modi del mio dolore. Ma – pensavo – se mi fermo io, si ferma la mia attività. Dovevo trovare un’altra via, la mia.
    Come Enrica, però, mi rifiutavo di suonare in piazza corde così personali, intime: avrei dovuto spiegare tanto del mio mondo emotivo e del mio vissuto per poter comunicare cosa stesse davvero accadendo dietro le mie storie, dietro i silenzi, dietro l’ironia che cercavo di mantenere.
    Così ne è uscito qualche accenno ma la risposta che ho ricevuto da chi mi segue mi ha fatto capire che non era neanche quella la strada. A chi interessa davvero? Dov’è il limite tra semplice curiosità e vera empatia? Non so se è pudore, o presunzione, o un misto dei due ma non me la sono sentita di dare in pasto materiale così delicato a palati che non conoscevo, che li avrebbero forse masticati e sputati invece di capirne il sapore.
    Quindi anche io ora nei social ci sono ma non ci sono. Online c’è la Agnese artigiana, il mio lavoro è solo la chioma del mio albero e le radici (il mio essere persona, figlia) è giusto che stia nel suo humus, nascosto si nutra del mio vissuto e delle mie esperienze ma senza esporle….seccherebbero.
    (Così rispondo di metafora in metafora al minestrone di Enrica!)
    Quindi spero che questo vaso di Pandora che avete aperto (perchè lo sapevate, sì, che si sarebbe aperto?) faccia riflettere più di qualcuno: perchè davvero dietro una foto o un video non sappiamo mai cosa può esserci e serve rispetto per ciò che non conosciamo.
    Grazie per lo spunto e per la condivisione.
    Un saluto pieno di simpatia a voi ed un augurio sincero a tua madre, Enrica.

  • Ciao Enrica, ciao Ivan, io vi seguivo molto molto tempo fa, ho notato questa assenza e mi sono sempre chiesta il perché di questa scelta, soprattutto quando poi la scelta l’ho fatta anche io. Io però io ho scelto di tornare a lavorare in contemporanea come dipendente. Solo ora comprendo tante cose…

  • Vorrei ringraziarvi per questa puntata, e per tutta la stagione. Vi seguo da anni, vi ho conosciuto anche di persona e visto più volte e sentito come amici proprio per questa “finta” vicinanza digitale, ma in questa stagione di podcast, come avete detto, vi siete fatti conoscere di più. E questo è bello non solo a livello umano, perchè siete delle belle persone e mi siete sempre piaciuti, ma anche perchè avete toccato nelle ultime tre puntate 4 temi importanti che ho vissuto anche io o sto vivendo, la maternità e l’ufficio fuori casa, la casa vacanze inagibile (la mia non è inagibile ma per anni i miei mi hanno detto che se ci andavi non potevi poi muoverti di lì, andare al mare, nel paese vicino che ha la ztl, al bar… e ovviamente non è vero, ma io mi fidavo) e il cancro di mia madre.
    È stato bello sentirlo perchè il mondo dei liberi professionisti è un mondo solitario, e dove puoi cedere all’emotività molto poco (a meno di non spettacolarizzarla, ma l’ho visto fare e alla lunga mi sembra che si ritorca contro) e ascoltare questi podacst è stato come ascoltare degli amici che mi possono capire, che ci sono passati. È stato come bere una tazza di tè con voi e sentirsi capiti. Grazie!

  • PS: sì quella di dare dei pareri a qualcun altro sul taglio di capelli o altro la trovo assurda, è un po’ come se andassi a cena da qualcuno che conosci appena, e non ti piace il suo arredamento (può succedere i gusti sono vari) e glielo dici! Ma perchè? Mica te lo devi mettere a casa tua, mica gli altri devono arredare casa loro secondo i tuoi gusti, ecco coi capelli è uguale. Chissene frega se a te piacciono o non piacciono, l’unica cosa che conta è che piacciano a chi se li è fatti di quel taglio o colore.
    Peccato che con il corpo abbiamo sempre questa sensazione che sia lecito commentare, per le case no… è assurdo a ben pensarci!

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