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Enrica Crivello

Il giorno in cui abbiamo capito che il nostro metodo non funzionava più

Alle 20:30 del 29 luglio 2019 abbiamo preso una decisione che sembra simile a quelle fatte fino a quel momento, ma che è diversa: delegare un lavoro non è come delegare il tuo lavoro.

Sono le 11 del 10 ottobre 2019, i due nuovi layout del nostro sito sono online dalle 6 di questa mattina. Si vedono nella pagina che elenca tutte le raccolte attualmente online, nella singola raccolta e nella pagina Abbonati: la differenza con i layout precedenti si vede bene, ad esempio, qui.

A scrivere questo post e a raccontarvi i dettagli succosi di questo lavoro che dura da quasi un anno ci dovrebbe essere Ivan. L’ho lasciato ieri in ufficio che mi diceva «non torno a cena», l’ho sentito alle 4:30 con un SMS cui mi avvisava di essere ancora vivo e ancora al lavoro e l’ho rivisto che rientrava alle 7:15 dopo aver fatto, come si diceva quando torni tardi da ballare, «il dritto». Così a scrivere questo articolo post mortem ci sono io: che di articoli post mortem non ne ho mai scritti e che quindi colgo l’occasione per raccontarvi una storia.

Sai come ti lanci ma non sai come atterri

Qualche anno fa compravo spesso una rivista mensile. Di quella rivista mi piaceva il taglio editoriale, mi piaceva la lettera della direttrice, mi piacevano i servizi fotografici e l’enorme dose di ispirazione che portava nella mia vita. Comprarla era una coccola.

A un certo punto la rivista ha cambiato veste grafica. Mi ricordo di averla commentata con un’amica: sostenevo che usare i Google font in quel contesto fosse illegale (sui siti ok, su una rivista no). Mi dava fastidio in particolare il Lobster, che trovavo davvero inadatto per i titoli di una rivista del genere. Per chi non conosce il Lobster: sta nello stesso insieme del Comic Sans e dell’Amatic – lo vedi una volta e pensi «carino», lo vedi la seconda volta e ti sanguinano gli occhi. La mia amica sosteneva che questo fosse un commento da addetti ai lavori: figurati se i lettori della rivista sanno che cos’è il Lobster! E cosa sono i Google Font!

Aveva ragione, la maggior parte di persone non ne ha idea, ma io non riuscivo a togliermi la sensazione che la mia rivista del cuore avesse sbagliato mira: mentre tentava di essere più pop si era ritrovata ad essere approssimativa, quasi sciatta. Succede spesso quando cambi qualcosa – sai come ti lanci ma non sai come atterri, durante il volo può succedere di tutto, compreso il fatto di perdere di mira l’obiettivo e mettersi ad ascoltare pareri sbagliati.

L’inizio della fine

L’inizio della fine del nostro modo di lavorare al sito di Guido ha una data e un’ora. Coincide con il momento in cui questa afosa estate ho mandato una mail a Emanuele Centola: l’oggetto era «la mail del 29 luglio alle 20:30», il testo (lo riporto per intero) diceva:


Ciao Emanuele,

Ti scrivo insieme a Ivan perché come ricorderai ti avevamo chiesto un preventivo l’anno scorso per ampliare l’identità visiva di Guido e poi abbiamo deciso di mettere in pausa il discorso per dedicarci prima a una nuova versione del sito. A nuova versione completa avremmo ripreso in mano il discorso con te.

Il sito nuovo ora è quasi pronto e ci siamo resi conto che abbiamo ancora bisogno di ciò che mancava (nel frattempo abbiamo provato a fare da noi, ma era un’idea di 💩) per di più a questo punto ne abbiamo bisogno con premura. (Nota come scelgo un termine soft per non darti modo di intuire il nostro stato mentale).

Cos’è questo qualcosa che ci manca? Elementi grafici, cose da mettere dietro ad altre cose per incorniciare, spezzare, suggerire e via dicendo. Cose coerenti con il nostro logo e i font e i colori.

Il lancio del sito è (era?) previsto per l’ultima settimana di agosto perché è un aggiornamento grosso e l’idea era di approfittare della fine vacanze per metterlo 2-3 giorni offline senza causare disturbo agli abbonati che hanno pagato per accedere.

Non ti abbiamo detto dimensioni, numero di cose che ci servono né nulla di tecnico perché non lo sappiamo.

Il sito c’è, ma senza questi elementi è spoglio. Possiamo procedere in qualche modo?

Grazie,
Enrica e Ivan

Eravamo alle pezze: stanchi di pensare al sito, di lavorare al sito, di annunciare che tra poco ci sarebbe stato un sito nuovo. Il sito andava messo online prima possibile, perché non volevamo pensarci più. E il sito nuovo c’era davvero, ce l’avevamo tra le mani e davanti agli occhi. Ma quella sera mentre lo guardavamo ci siamo resi conto di una cosa: c’era, ma non c’era.

Ad andare online con quel sito lì rischiavamo di sbagliare atterraggio. E nessuno si sarebbe accorto di nulla, perché se vi dovessi descrivere cosa c’era e cosa mancava non saprei dirlo nemmeno io. Ma quella sera almeno questo era chiaro: si trattava del mezzo inadatto a portarci dove volevamo andare. A uscire con quel sito avremmo sbagliato mira.

Due modi di delegare

Quando abbiamo scritto a Emanuele non era la prima volta che ci trovavamo a delegare pezzi del nostro lavoro, ma era la prima volta che delegavamo un lavoro di questo tipo. In questo momento abbiamo una serie di collaborazioni attive su Guido: c’è Audra che si occupa dell’assistenza clienti, Beatrice che fa il video editing, Giovanna che gestisce l’amministrazione e Carmen che cura l’impaginazione delle risorse scaricabili. Sono tutti lavori che facevamo noi e che appena ce n’è stata la possibilità (ovvero: i soldi) abbiamo assegnato con gioia a qualcuno che li sapeva fare meglio di noi.

Alle 20:30 del 29 luglio 2019 abbiamo preso una decisione che sembra simile a quelle fatte fino a quel momento, ma che è diversa: delegare un lavoro non è come delegare il tuo lavoro. Il lavoro di Ivan, in questo caso, che si è trovato davanti a una scelta: voglio essere il web designer di questo progetto o voglio essere il suo pilota?

Ha prevalso la seconda: avevamo bisogno di un paio di occhi, due mani e soprattutto una testa a cui consegnare il nostro sito. «Guardalo» gli abbiamo chiesto, «dicci come lo faresti tu». È stato l’inizio della fine del nostro modo di lavorare e l’inizio di qualcos’altro che non so ancora dove porterà.

Abbiamo girato un video per raccontare questi mesi, non contiene risposte ma documentazione, è pieno di pause di riflessione e di lavoro silenzioso: è il modo più diretto che abbiamo per dirvi com’è andata.

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