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Stefania Grande

Cos’è e come si usa Tik Tok

Le cose da sapere, i profili da seguire, i consigli su cosa funziona e cosa fa ridere: così sapete cosa guardare mentre siete in coda al supermercato.

Prima di leggere un articolo che mi ha mandato Ivan non sapevo cosa fossero le bodega. E magari tu leggendo bodega manco sai dove mettere l’accento – nemmeno io, ma stavolta non lo googlo. Qualche volta mi concedo il beneficio del dubbio. Così come esiste il paradiso dei calzini dove ci vanno a finire quelli spaiati, esiste di sicuro il paradiso dei significati dove ci vanno a finire tutte quelle parole che ho volontariamente privato di senso o di forma o di entrambe – fine.

L’unico motivo per cui andrei a New York

Le bodega – pronuncialo come ti pare – costellano ogni quartiere di New York. Sono veri e propri punti luminosi cioè negozietti aperti 24 ore su 24. Scatole di luce a incastro sotto i grattacieli della città dove tra scaffali e frighi sempre accesi puoi trovare più o meno tutto quello che ti serve: dagli snack 100% zuccheri ai pacchi big size di patatine alla salsa di carciofi bianchi del Texas ai caricabatterie con dieci porte USB e non si sa che altro. Parliamone, Amazon.

Ma se proprio vuoi toglierti lo sfizio di capire perché io ti stia dicendo cose sulle bodega fatti un giro su Tik Tok. Da febbraio – cioè da quando è uscito l’articolo sul New York Times che ne parla – a metà marzo i video sotto l’hashtag #bodega sono passati da 2 a 10.5 milioni di visualizzazioni.

10.5 milioni tradotto in parole significa che lo spazio di questi piccoli negozi salvavita ha sconfinato fino a raggiungere il successo dei video-brevi su Tik Tok. E non c’è stata tanta pianificazione – non all’inizio ecco – e posso farti l’esempio di Ahmed Alwan che con dei semplici math games e la sua bodega si è guadagnato l’amore – e le visualizzazioni – di 1.2 milioni di persone. Senza contare tutte le altre che hanno deciso di andare a New York solo per fare visita ad Ahmed dopo che lo hanno scoperto su Tik Tok. Me compresa.

E questo perché ogni video sul suo profilo Tik Tok assicura almeno 15 secondi al giorno di risate – moltiplicati per sempre se non ti dai un tempo massimo di scroll, provare per credere. E non c’è cosa più contagiosa di una risata perché se trovo qualcosa che mi fa ridere il primo pensiero che faccio è di far ridere qualcun altro a cui so possa far ridere quella cosa. E la svolta di un contenuto su Tik Tok sta qui: nella condivisione ripetuta all’ennesima volta. Un meccanismo che una volta innestato, si autoalimenta.

Poi sì, una volta che fai due conti e capisci di aver fatto centro subentra la pianificazione.

Non è bodega tutto ciò che luccica

L’intenzione a questo punto è capire un po’ più a fondo che Tik Tok non è solo – momento etichette – l’app che ha fatto il boom o il social della Gen Z, ma è una piattaforma – scusa Ivan per il termine ma ho dovuto – inzuppata di video che durano poco, che fanno piangere dal ridere, gestita da gente che ci mette «i schei» – con tutte le controversie del caso – che sta incuriosendo anche quelli che si sono sentiti più vecchi di fronte a tutte quelle coreografie e montaggi con effetti speciali – e che tradotto significa numeri che incontrano potenzialmente anche il tuo target – e il linguaggio di Tik Tok, che sta diventando comprensibile, accettato e condiviso dai più, può essere per te un nuovo modo di parlare a chi ti segue o a chi vorrà iniziare a farlo.

Ora in teoria o sei impaziente e sei già lì col pollice pronto a schiacciare «Installa» sullo Store per vederti sto Tik Tok o ti sta salendo lo scetticismo misto al ma non ci capisco niente, ma cos’è.

Ti prego dimmi cos’è Tik Tok

Arrivata qui, faccio un passo dentro Tik Tok:

«In essence, the platform is an enormous meme factory, compressing the world into pellets of virality and dispensing those pellets until you get full or fall asleep.»

Cosa vuole dire Jia Tolentino con questa frase qui? Ti risparmio la traduzione letterale di tutta la frase che ammazzerebbe la poesia – però se proprio ti prudono le mani buttala su DeepL e non beneficiare del dubbio.

Oltre ogni etichetta da blog di social media marketing in 10 semplici mosse Tik Tok è un posto in cui ci sono cose dette, fatte, cantate, filmate col telefono – e compresse in 15, massimo 60 secondi – dalle persone e che se apprezzate vengono ripetute – quindi dette, fatte, cantate e filmate – da altre persone ancora magari con delle aggiunte di fantasia, come quando ti ordini la pizza più il tuo ingrediente speciale. Con persone mi riferisco a chi è iscritto a Tik Tok, obviously.

Questo giro di parole per spiegare a grandi linee cos’è Tik Tok posso riassumerlo in una sola parola: meme. Tik Tok è una inarrestabile fabbrica di meme. A gennaio Enrica ne ha parlato qui dei meme – e sì, ha pure preso in giro Tik Tok. Lo dico perché se ti è poco chiaro puoi approfondire il significato e  l’utilizzo dei meme seguendo le parole di Enrica, qui continuo con Tik Tok sennò non finisco più.

Meme, challenge, Tik Tokers, aiuto a casa

I contenuti su Tik Tok non nascono a caso. Il meccanismo che li innesca è quello della sfida, tradotto in tiktokkiano una challenge o Hashtag Challenge. Esempio: ti ricordi la #icebucketchallenge? Quella roba lì, che è partita per supportare una raccolta fondi, ha fatto impazzire la gente – la mia bacheca di Facebook al tempo era invasa dai video sull’ice bucket challenge – al punto che la gente forse si era pure dimenticata il motivo per cui fosse nata. Si trattava di filmarsi mentre ci si rovesciava addosso una secchiata di acqua gelida e a fine video si doveva nominare qualcuno che avrebbe dovuto fare lo stesso. Descriverla a parole la fa sembrare una cosa davvero ridicola – e lo è – ma oh il successo parla chiaro quindi me ne sto zitta.

Queste sfide qua nascono nello stesso modo in cui nasce una scommessa tra amici: guarda io faccio questa cosa, la faccio meglio di te, fammi vedere cosa sai fare te. Oppure guarda io faccio questa cosa che è super divertente. Falla anche te dai è uno spasso.

Il fatto che di mezzo ci sia un hashtag – hashtag challenge appunto – è per far sì che la sfida sia tracciabile su Tik Tok. Insomma gli hashtag anche su Tik Tok mantengono la funzione di contenitori. Per capirci: immagino tu non tenga le carote nello stesso cassetto delle mutande. C’è il cassetto per le mutande mentre le carote sono nel cassettone del frigo magari. Ecco gli hashtag fanno la stessa cosa: raggruppano e separano i contenuti, così come tu raggruppi coi cassetti mutande e carote e le tieni separate.

Mi è bastato dirti di farti un giro su Tik Tok e scrivere nelle barra di ricerca #bodega per vedere tutti i video sulle bodega.

Quindi ogni sfida su Tik Tok viene resa riconoscibile e ricercabile con gli hashtag. Tipo se ti metti a cercare su Tik Tok la #simbachallenge puoi trascorrere le prossime otto ore a guardare un casino di video in cui la gente si cimenta – accompagnata da colonna sonora originale – a imitare Rafiki intento a battezzare Simba, sostituendosi a Rafiki e di conseguenza trovando anche il sostituto di Simba. I soggetti preferiti per sostituire Simba sono gatti, cani, parenti. Ne vale la pena. Ma per 5 minuti al massimo o ti si fonde la retina, e ti sale il senso di colpa per non aver fatto nulla per otto ore.

Ma chi le fa queste challenge

Gli esempi di challenge che potrei fare sono infiniti perché nascono da ogni dove e da ogni testa, in ogni momento, anche adesso, perché sì una sfida può essere proposta da chiunque, questo è un aspetto figo e potente di Tik Tok. La cosa difficile poi è il «successo» del contenuto che dipende da quanto viene visto – e qui ce la si gioca anche su contenuto organico vs contenuto a pagamento – da quanto piace e quindi da quanto viene condiviso e riproposto il contenuto. E poi vabbè – come per gli altri social – va chiamato in causa lui: l’algoritmo. Qualche mese fa chi provava a dire e scrivere cose su Tik Tok non era in grado di trovare una spiegazione al successo di un video – magari pure brutto rispetto ad altri. Ora il webbe – come direbbe la mi’ nonna pisana – si sta popolando di spiegazioni un po’ più tecniche sulla cosa (visualizzazioni, like, completion rate, SEO), ma queste son cose a cui uno pensa dopo cioè prima bisogna capire se ha senso esserci su Tik Tok e per chi, per quale pubblico.

Ci sono aziende che lanciano hashtag challenge, ci sono i Tik Toker o Muser che lo fanno – sono gli influencer di Tik Tok quindi content creator con molto seguito e molto successo che vengono sostenuti economicamente dalla piattaforma – e poi ci sono i comuni mortali come Jalaiah che ha lanciato – a sua insaputa – la #renegadechallenge, una coreografia cool, che è piaciuta assai e per cui – non senza fatica – le è stata poi riconosciuta una ricompensa – schei, sì – da parte di ByteDance, la società proprietaria.

Dopo aver fatto un passo dentro Tik Tok, faccio un passo fuori e riassumo: nel quartiere di Tik Tok tu hai casa tua – il tuo profilo, come sugli altri social – e puoi farti un giro nel vicinato quando ti pare – i profili degli altri. Un giro potenzialmente lunghissimo – tutta colpa dello scroll, dei video brevi, e delle due sezioni “Seguiti” – dove trovi i video dei profili che hai deciso di seguire – e “Per te” dove trovi un altro mondo di video che Tik Tok ti mostra sulla base di quello che sembra interessarti di più –  sì, come l’algoritmo di Instagram che regola il tuo Feed. Tipo io nella sezione “Per te” ho un casino di video con cani e gatti che fanno cose, facile.

E su Tik Tok solo video ci trovi, nulla di più. Poco testo, tanta musica, tanta interpretazione, molta creatività e a livello di strumento vero e proprio ci puoi trovare una vagonata di effetti (transizioni video, filtri, font, adesivi) per montare ed editare all’istante cioè dentro l’App il video che vuoi condividere.

All’inizio può spaventare perché appena scarichi e apri l’App – senza nemmeno iscriverti – vieni bombardato di video, parte lo scroll da solo, panico anche perché siamo abituati alla staticità della Home di Facebook, del Feed Instagram e delle bacheche di Pinterest, che quando si aggiornano e ti spostano un pulsante, guai. Ti garantisco comunque che è solo questione di pratica – molta – e di pazienza. Si sprecano poi i tutorial per beginner.

Noi abbiamo Medicina 33 sui Rai 2, loro hanno Tik Tok

Il tabù sull’educazione sessuale non è mai stato così tanto preso a pesci in faccia come ha fatto la ginecologa Danielle Jones  e la sua bio su Tik Tok a proposito parla chiaro: Tik Tok’s 1st Gynecologist, CEO OF Science and Sarcasm, Youtuber :) e non a caso pure il suo nickname – si dice ancora così o fa troppo MySpace? – su Tik Tok la sa lunga: Mama Doctor Jones. Danielle ha fatto 1+1: ha preso la sua professione di ginecologa, il suo bagaglio di esperienza da madre e ha shakerato queste due cose per sfornare contenuti su un’App iper frequentata da adolescenti che sono sicuramente i primi a cui devono arrivare informazioni importanti – e vere – sulla sessualità. E la seguo pure io perché ritengo di non saperne mai abbastanza – o forse perché mi considero ancora adolescente. Sarebbe buffo trovare la propria ginecologa su Tik Tok, no? Io le schiafferei un high five lungo chilometri.

La dottoressa Jones comunque non è l’unica che regala sorrisi e verità sui tabù della medicina. A ruota – non ne ho idea se prima o dopo di lei – se ne trovano altri di colleghi in tutto il mondo che danno il meglio di sé a colpi di challenge su Tik Tok. Non ti faccio l’elenco ma se la cosa ti stuzzica la lista te la fanno qui.

We are a newspaper. Il Washington Post su Tik Tok

La frase che leggi nel titolo qui sopra non è una presa in giro nei tuoi confronti – o forse un po’ sì se sei un Millennial – ma è il nome del profilo Tik Tok del Washington Post. Il profilo è nelle buone mani di Dave Jorgenson che oltre a – e qui lo possiamo dire – fare lo scemo su Tik Tok lavora nella redazione de Il Washington Post come editor, producer eccetera eccetera. Comunque dietro alla spietata e naturale bravura di Dave che sembra aver trovato il suo posto nel mondo – non è così facile far ridere qualcuno in 15 secondi soprattutto se sei un giornale – c’è una strategia che parla e dentro a questa strategia ci sono degli obiettivi probabilmente nati da qualche dubbio che possiamo riassumere così: e mo? Che facciamo noi come giornale con ste nuove generazioni? Risposta: parliamoci dove possiamo farlo anche a modo loro. E l’1+1 si conferma anche qui.

Haribo scansate. Germania 0 – America 1

Non credevo che un giorno sarei andata a leggermi la pagina Wikipedia di un brand americano che fa caramelle gommose. E magari tu sei pure più indietro di me sulla questione tipo ancora alle caramelle Rossana – e sì, ho appena scoperto che c’è una pagina Wikipedia anche per le Rossana. Torniamo in America. Gushers: sto parlando di veleno-in-gelatina in grado di dare dipendenza non solo perché masticare una, cinque, cento di quelle cosine colorate manda in tilt Globina ed Emo – lacrimuccia – ma perché se il brand che le produce ti si piazza pure su Tik Tok ti manda in pappa anche Maestro e compagnia. Comunque tanto di cappello perché se mi è venuta voglia di tentare un makeup con delle caramelle gommose è solo grazie a loro. Prendi appunti.

Bella rassegna ma

Dopo aver impiattato questi esempi fighi sarebbe ancora più figo sapere se farsi il c*** su Tik Tok abbia davvero portato questi qua a dei risultati concreti. Cioè – sparo – riscontrato un problema tra gli adolescenti del Texas riguardo – che ne so – l’utilizzo dei preservativi, sono aumentate le vendite grazie al sarcasmo della dottoressa Jones? Magari anche solo gli ordini online? E il Washington Post oltre ad aver alzato le mani e aver ammesso di fronte alle nuove generazioni di essere un giornale col profilo su Tik Tok, viene pure letto dai più giovini? Si è accaparrato qualche abbonamento in più? E le caramelle gommose hanno fatto sgobbare di più i dentisti americani? Boh, non lo so, ma se hai notizie, dati, contatti segreti e vuoi condividerli qua sotto fa pure. A me fregherebbe sapere e te ne sarei molto grata. E immagino che anche a te fregherebbe sapere qualcosa tipo: se ho una piccola attività che devo farci con Tik Tok? Su questo ci aggiorniamo presto, ti conviene iscriverti alla newsletter per non perderci di vista.

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