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Ivan Rachieli

Fare un sito da soli: quattro strumenti di cui fidarsi

Una lista corta e molto «opinionated» di strumenti affidabili, stabili, prevedibili e un po' noiosi per farsi un sito da soli.

Consigliamo spesso a chi inizia di non spendere troppi soldi sul sito, di investire soprattutto in contenuti e in comunicazione e dedicarsi al sito solo in un secondo momento. Per non spendere troppo ci si può fare il sito da soli, che tra l’altro è anche un ottimo esercizio. Si fa esperienza, si impara di cosa si ha davvero bisogno e cosa significa mettere su un sito, gestirlo e aggiornarlo. Così quando poi ci si rivolge a un web designer si hanno le idee chiare.

Fare un sito da soli però non significa fare le cose un po’ come vengono. Anche se si fa da soli il sito va costruito su basi solide. Deve funzionare bene, servire al suo scopo e non dare preoccupazioni, bisogna poterci costruire sopra man mano che l’attività cresce. Per questo scegliere il primo strumento che capita purché costi niente o pochissimo non è una buona idea.

In questo articolo consigliamo quattro strumenti da usare per farsi il sito da soli. Non è in alcun modo una lista esaustiva: di strumenti per farsi il sito da soli ne esistono centinaia. Al contrario è una lista corta e molto opinionated di strumenti affidabili. Sono tutti prodotti stabili, prevedibili e un po’ noiosi, che usano in molti con soddisfazione, che sono in giro da più di dieci anni e che rimarranno in giro almeno altrettanti e che nel tempo sono cambiati per niente o pochissimo.

Nel dubbio usa WordPress

Amiamo WordPress, quindi siamo completamente di parte. Questo sito è fatto con WordPress, così come quello di Enrica e il mio. Lo usiamo tutti i giorni per lavorare e l’abbiamo usato per fare qualsiasi cosa: sviluppare siti per i clienti, pubblicare articoli, vendere. Abbiamo usato WordPress per costruire la nostra identità online, per prenderci un pezzetto di web e coltivare i nostri desideri, non quelli del Mark Zuckerberg di turno. Non è un esagerazione scrivere che è grazie a WordPress che ci paghiamo lo stipendio ogni mese, compriamo il pane e le rose.

È affidabile

Il nostro amore per WordPress ha i suoi motivi, non è casuale né incondizionato. Prima di tutto: di WordPress ci si può fidare, ci si può costruire sopra la propria attività sicuri di non rimanere fregati nel giro di qualche anno. WordPress esiste dal 2003 ed è rimasto quello che era quando è nato: un software gratuito e open source per fare siti. Nessun tentativo di trasformarlo in un social network, niente dati venduti agli inserzionisti, niente concorrenza a Instagram, WhatsApp o YouTube.

È flessibile

WordPress è flessibile, ci si fa praticamente qualsiasi cosa: dal blog personale al New York Post passando per siti aziendali, portfolio, ecommerce. È così perché c’è un sacco di gente che sviluppa temi per modificare l’aspetto del sito e plugin per aggiungere nuove funzionalità. Alcuni gratuiti, la maggior parte a pagamento.

Dà lavoro a un sacco di persone

Che temi e plugin di WordPress siano spesso a pagamento è un altro vantaggio. WordPress è un mercato in cui lavorano designer, sviluppatori, formatori e consulenti. Questo significa due cose. Primo, trovi sempre qualcuno disposto a lavorare sul tuo sito o ad aiutarti a usarlo meglio. Secondo, è un prodotto vivo intorno a cui girano soldi e che dà lavoro a un sacco di persone: un altro motivo per fidarsi.

WordPress.org: libertà e responsabilità

WordPress esiste in due versioni, WordPress.org e WordPress.com. WordPress.org è quella che usiamo noi. È gratis, si scarica, si installa su uno spazio web e si usa. Dà completa libertà ma anche molte responsabilità. Bisogna scegliere e pagare uno spazio web su cui ospitare il sito, comprare un dominio, occuparsi di manutenzione, aggiornamenti, privacy e sicurezza. WordPress.org va bene per chi sa fare queste cose da sé, ha voglia di imparare a farle o può chiedere ad altri di occuparsene.

WordPress.com: paga e non pensarci più

WordPress.com è la versione commerciale di WordPress. Esiste un piano gratuito con le funzionalità essenziali, ma va stretto molto in fretta. Per avere un dominio personalizzato bisogna spendere 4€ al mese, per ricevere pagamenti 8€ al mese, per fare praticamente tutto quello che si vuole 25€ al mese. Il vantaggio è che WordPress.com si fa carico di tutto: spazio web, gestione del dominio, manutenzione, aggiornamenti, privacy e sicurezza. WordPress.com va bene per chi non vuole occuparsi di cose tecniche, è disposto a fare qualche compromesso e può pagare una piccola somma tutti i mesi.

Per gli ecommerce ci sono Shopify e Big Cartel

WordPress si può usare per vendere – noi lo facciamo da cinque anni – ma ci sono anche due alternative valide e fatte apposta per gli ecommerce che ci sentiamo di consigliare: Shopify e Big Cartel.

Shopify è un po’ come WordPress ma per gli ecommerce

Shopify esiste dal 2006. I suoi fondatori volevano vendere snowboard online ma non trovavano una piattaforma convincente da usare, quindi hanno deciso di crearsela. È una società piuttosto grossa, quotata alla borsa di New York che impiega migliaia di persone, ospita più di cinquecentomila negozi e gestisce decine di miliardi di dollari in pagamenti.

Per Shopify valgono un po’ di cose che abbiamo detto per WordPress. È rimasto quello che era quando è nato – una piattaforma per vendere online – e ha dimostrato di essere affidabile. È un mercato che dà lavoro a designer, sviluppatori, formatori e consulenti. Ci sono temi e applicazioni per estenderne le funzionalità, e molti sono a pagamento. Ci sono strumenti gratuiti per il marketing e una libreria di immagini di qualità da usare liberamente sul sito. Come WordPress.com Shopify si fa carico di tutte le questioni tecniche: hosting, dominio, manutenzione, aggiornamenti, sicurezza.

Shopify va bene per chi fa sul serio

Shopify si può provare gratis per un periodo, ma poi si paga – e non si paga poco. Il piano base – comunque più che sufficiente – costa 29$ al mese, poi si sale: 79$ e 299$ al mese. I piani più cari sono fatti per aziende strutturate. Ad esempio ci sono più account disponibili, che è una cosa utile se si è in tanti a lavorare e bisogna sapere esattamente chi ha fatto cosa. Più si spende più scendono le commissioni sugli acquisti, che passano dal 2% allo 0.5% per ogni transazione.

Shopify va bene per chi ha un ecommerce che ha dimostrato di essere economicamente sostenibile. Per chi ha una piccola attività agli inizi o vuole vendere online per arrotondare anche il piano base può diventare caro.

Big Cartel: ecommerce indipendente

Big Cartel è una piattaforma per ecommerce indipendente, nel senso che non è quotata in borsa e non ha investitori che costringono chi ci lavora a fare qualsiasi cosa pur di aumentare gli utili anno dopo anno. Esiste dal 2005, ospita migliaia di siti e gestisce diversi miliardi di dollari in pagamenti. È indipendente anche come filosofia: crescita lenta e organica, durare nel tempo, funzionalità essenziali, pochi dipendenti che spesso lavorano da casa. Tutte caratteristiche che la rendono una piattaforma affidabile.

Big Cartel va bene per chi inizia

Anche il target di Big Cartel è indipendente: artisti, creativi, maker, artigiani. Questo però non vuol dire che non la possa usare nessun altro. Al contrario, l’impostazione essenziale – pochi temi tra cui scegliere, un set relativamente limitato di estensioni – è perfetta per chi inizia. Non ci si distrae pensando a dettagli spesso irrilevanti, si pensa a fare il prodotto, a comunicarlo e a venderlo. Anche Big Cartel si fa carico di tutte le questioni tecniche: hosting, dominio, manutenzione, aggiornamenti, sicurezza.

I prezzi sono contenuti: c’è un piano gratuito davvero molto limitato, ma con 9.99$ al mese c’è tutto il necessario per iniziare. Spendendo di più – 19.99$, 29.99$ – aumentano i prodotti che si possono tenere in inventario: 25, 100, 300.

Volendo puoi provare anche Squarespace

Squarespace è una piattaforma per fare siti web. Per un po’ si è distinta soprattutto per la cura estetica e per i template eleganti e minimalisti. Ultimamente sembra aver deciso che il suo target sono le piccole attività. La home page del sito vende direttamente a loro, ci sono funzionalità specifiche per gli ecommerce, strumenti di marketing e email marketing.

Di Squarespace ci sono cose che ci piacciono e altre che ci piacciono meno. Ci piace il fatto che sono in giro dal 2003 e che il prodotto non è cambiato più di tanto: è sempre una piattaforma per fare siti web. Ci piace meno il fatto che hanno deciso da poco di dedicarsi alle piccole attività: e se tra due anni cambiano idea di nuovo e decidono di puntare agli uffici marketing delle multinazionali? Anche i template minimalisti e eleganti lasciano un po’ perplessi. Sia perché c’è il rischio che funzionino bene con alcuni contenuti e meno con altri, sia perché c’è il rischio che i siti vengano fuori un po’ tutti uguali.

In ogni caso con Squarespace ci si può fare un po’ di tutto, e può valere la pena provare. I prezzi sono piuttosto bassi, soprattutto in rapporto alle funzionalità. Si parte da 11€ al mese per un sito normale, dai 17€ al mese si può vendere, i piani da 24€ al mese e 36€ al mese aggiungono tantissime funzionalità per gli ecommerce. Anche Squarespace si fa carico di tutte le questioni tecniche: hosting, dominio, manutenzione, aggiornamenti, sicurezza.

Stai alla larga da Medium, Etsy, Patreon

Dicevamo all’inizio che farsi il sito da soli non significa scegliere il primo strumento che capita purché costi niente o pochissimo. Non significa neanche scegliere uno strumento molto usato e famoso se è anche uno strumento estremamente inaffidabile. Quindi se non vuoi trovarti a dover ricominciare da capo nel giro di pochi mesi stai alla larga da Medium, Etsy e Patreon.

Medium è un casino

Quando è stato lanciato nel 2012 Medium sembrava il posto definitivo dove scrivere, il motivo per non aprire mai più un blog, per non dover più avere a che fare con WordPress, antiquato e difficile da usare. Medium era pulitissimo, elegante, minimale, usabilissimo e ci scrivevano sopra tutti i più fighi. E poi c’era l’effetto network: magari uno non era particolarmente conosciuto, ma pubblicava un bel pezzo su Medium, il pezzo finiva in evidenza o veniva selezionato dalla redazione, lo leggeva mezzo mondo.

Il problema di Medium è che non aveva e tutt’ora non ha un modello di business stabile, e si vede. Ha infilato un tentativo di monetizzare dietro l’altro, quasi tutti falliti. In questo momento stanno provando l’accesso a pagamento ai contenuti tramite abbonamento, ma non si sa se funzionerà né quanto durerà. Nel frattempo chi aveva bisogno di un posto per scrivere e pubblicare online con costanza e affidabilità ha lasciato Medium e ha aperto un antiquatissimo blog su WordPress.

Etsy e Patreon sono nei casini

Etsy è una piattaforma per vendere prodotti vintage o fatti a mano. Patreon è una piattaforma per pubblicare contenuti creativi a cui si accede pagando un abbonamento mensile. Non sono strumenti per fare siti ma sono piattaforme molto usate da chi inizia al posto del sito. Perché non si pagano – ma ci sono commissioni non trascurabili sulle vendite: il 5% Patreon, il 9% + 30 centesimi Etsy – e per l’effetto network che promettono: vieni qui, che a portare il pubblico ti aiutiamo noi.

Vista da fuori sembra il modo migliore per non spendere soldi sul sito. Mi faccio un seguito sui social e uso Etsy oppure Patreon al posto del sito: non spendo niente e inizio a farmi conoscere e a guadagnare.

Il problema è che né Etsy né Patreon sono piattaforme stabili. Etsy si è quotata malissimo in borsa nel 2015, nel 2017 ha licenziato più del 20% dei dipendenti e cambiato amministratore delegato, nel 2016 più di metà del fatturato veniva da servizi per i venditori, non dalle commissioni sulle vendite, e somiglia sempre di più a Ebay, solo un po’ più carina da guardare.

Nel frattempo l’amministratore delegato di Patreon ha detto che il modello di business della società non è sostenibile. O meglio: non è sostenibile per i ritmi di crescita imposti dai finanziatori, che vogliono un ritorno molto alto sul loro investimento. È molto probabile che anche Patreon cercherà di aumentare il fatturato vendendo servizi ai creatori di contenuti.

In entrambi i casi il problema è lo stesso. Etsy, Patreon e tutti i servizi con una storia simile lavorano per il ritorno economico dei loro investitori, non per te: non sono affidabili.

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